CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

VA DOVE TI PORTA IL NASO di Cesare Bonasegale

Roberto Scorta l’ultimo Beccaccinista Cinofilo

Annotazioni e memorie sulla più affascinante delle cacce lombarde. La fondamentale differenza tra la caccia al beccaccino in palude, in risaia e nei marais della Bretagna e Normandia.

È uno dei pochi selvatici veri rimasti. È una delle poche cacce vere rimaste. È una caccia altamente specialistica che si è sempre praticata solo nella bassa milanese, nella bassa pavese e nelle confinanti province di Novara, Vercelli e un po’ in quella di Biella. Mi riferisco alla caccia ai beccaccini in risaia e (un tempo) in marcita, perché quella in palude è tutt’altra cosa, e poi vi spiegherò il perché; cioè è la caccia alle nostre “sgneppe” che a chiamarle in italiano mi par di snaturarle.

È sempre stata una caccia d’elite, per gente che spara da dio e per cani che son padreterni, gli uni e gli altri ammantati di leggenda. Giulio Colombo ne era un appassionato cultore, però…. …però il beccaccinista non è mai stato il “cinfilo puro”, quello che ha una squadra di cani da gara con cui collezionare CAC e CACIT: il beccaccinista (a due gambe) ha un cane, al massimo due, perché c’è solo qualche settimana all’anno per metterglieli nella testa e nel cuore e quando sei sul terreno per procurar al giovane allievo due o tre incontri utili ci va una giornata intera. Né per la preparazione si può ricorrere ad altra selvaggina, come quaglie o fagiani: il beccaccinista (a quattro  zampe) fino a quattro anni non deve vedere altro che beccaccini. Quindi niente furgoni pieni di cani, perché non ci sarebbe modo né tempo di lavorarli, basta ed avanza una sgangherata R4, o una 2Cavalli, o una Panda 4×4 che ha sostituito le gloriose Topolino giardinetta: tutte auto leggere che se affondano nel fango, è facile tirarle fuori anche a braccia. Se invece ti pianti con una delle moderne fuoristrada (…e succede!) per tirarti fuori ci vuole non uno, ma due trattori.

Giovane promessa di Roberto Scorta

Un tempo a Milano i più famosi specialisti dei beccaccini erano l’Olivari, il Calcagni e il Cavagliere in costante competizione fra loro. Ma il più bravo di tutti era il Pepin Rissi che aveva un’officina a Porta Genova dove con un martello aggiustava qualsiasi cosa, anche un fucile, in virtù del qual fatto era considerato un armaiolo. Ma quando arrivavano i beccaccini metteva un cartello sulla porta della bottega con scritto “Sono a sgneppe” e chi s’è visto s’è visto. Pepin Rissi a caccia ci andava in bicicletta con una cesta sul portapacchi, su cui era maestosamente seduto il suo poenterone che si chiamava Disco. E quando arrivava in zona, faceva scendere il cane che, mentre lui pedalava, esplorava i terreni più idonei. Una volta Ernesto Puttini l’incontrò alla Bettolina di Gaggiano (che a quel tempo non era un ristorante alla moda ma solo un’osteria) e gli diede da aggiustare una doppietta, di quelle ancora con la chiave sotto, perché non stava chiusa ed aveva quindi bisogno della sapiente martellata del Pepin (e Gastone Puttini – figlio di Ernesto – ha ancora quella doppietta che da allora chiude benissimo). Con l’occasione Ernesto gli chiese in tono scherzosamente provocatorio se il suo pointer fermava le sgneppe!. Pepin lo guardo fisso da sopra gli occhialini che portava appesi al naso: “Disco ferma i sgnepp a ottocento metri!” fu la sua tranciante risposta. “Proprio questa mattina – riprese il Rissi – l’ho fatto scendere dalla bicicletta appena giù dal ponte e lui è andato diretto a fermar la sgneppa nella marcita di Vione. E dimmi un po’ tu se non sono ottocento metri!”. Il fatto è che in palude – ad eccezione di dove l’acqua è troppo alta – i beccaccini possono essere ovunque, quindi ci vuole un cane che sia prudente, per non buttarli via con un’andatura fracassona, e che li fermi: quindi nulla di più di un buon cane. Ed in Veneto per quella caccia i preferiti erano gli Spinoni. In risaia invece, i beccaccini stanno soprattutto dove c’è ristagno d’acqua che forma quei vermetti di cui sono tanto ghiotti. Anche in marcita era la stessa cosa perché, per non gelare, l’acqua doveva sempre circolare e la “pastura buona” per il beccaccino si formava solo dove per qualche motivo c’era acqua ferma. Il cane da beccaccini, come lo intendiamo noi, avverte a grandissima distanza l’odore “marcio” dell’acqua stagnante e là si dirige perché ha imparato che quello è l’ambiente in cui più facile è l’incontro. Sono nate così le leggende di cani che effettivamente filano decisi attraversando una o più campagne per andare a fermare a centinaia di metri da dove hanno iniziato la filata. Ma nel naso hanno solo l’odore di marcio; il fatto che alla fine hanno avvertito e fermato il beccaccino presente nel suo ambiente ideale è la felice conclusione di un diverso stimolo olfattivo che ha guidato la loro cerca quasi come un’ispirazione. C’è chi descrive i marais della Bretagna e della Normandia ed i terreni umidi dell’Irlanda come i paradisi dei beccaccini che vi si trovano abbondanti e ben distribuiti: non stento a crederlo e certamente sono zone ideali per iniziare un cane giovane a questo bellissimo tipo di caccia. Però – scusatemi se insisto – la caccia ai beccaccini (così come l’hanno sempre intesa i Milanesi ed i Pavesi) è un’altra cosa.

Il vero problema di tutti i beccaccinisti è la selettività del loro naso per distinguere il giusto effluvio (cioè quello del beccaccino effettivamente presente) in quell’abbondanza di odori dove l’ambiente attrae anche molti altri uccelli la cui presenza – o il cui sterco – crea un groviglio di emanazioni che mette a dura prova anche il più dotato fermatore. A differenza quindi di quanto avviene a starne, penalizzare un beccaccinista per sporadiche ferme in bianco – tanto più se spontaneamente risolte – vuol dire non avere idea di cosa sia questa caccia. E lo dico soprattutto a quei giudici che credono di esser bravi perché son di manica stretta: qui non si tratta di manica stretta o larga, ma di rendersi conto di quel che succede davanti ai loro occhi.

Un tempo, nel mondo di chi praticava la caccia ai beccaccini non c’erano gli addestratori professionisti, ma tutt’al più delle guide che accompagnavano il cliente nella “zona buona” perché se non sai dove sono le pasture e le rimesse, giri immancabilmente a vuoto. E c’erano degli accompagnatori che quando il cliente padellava, sapevano porre rimedio con tiri lunghissimi al limite del virtuosismo. A beccaccini bisogna sparar d’imbracciata sullo zig, sullo zag, oppure accompagnare mirando? In proposito è stato detto – e scritto – tutto ed il contrario di tutto. Chi ha visto all’opera alcuni dei più famosi “manici” della categoria dice che non si possono inquadrare come “stoccatori” o “accompagnatori”: sono piuttosto un miscuglio, perché certamente hanno riflessi prontissimi ed una grande velocità d’imbracciata, poi però tendono a metterli giù lunghi, dopo lo zig zag. Comunque i cacciatori di beccaccini sono speciali, come i loro cani. Ho visto famosi cacciatori di starne fare delle “magre” a sgneppe. L’inverso invece mai. Se uno spara bene a beccaccini, tira giù le starne a grappoli, come Emilio Pedrazzini che li arraffava anche lui quando sembravano ormai fuori tiro; a starne – col suo micidiale Breda – da ogni volo toglieva cinque uccelli. Ed è un po’ la stessa cosa per i cani: non è assolutamente detto che uno starnista sappia trattare i beccaccini, ma potete star certi che per un beccaccinista le starne sono un gioco da ragazzi.

Angelo Perdetti aveva un negozio di calzolaio a porta Venezia – sempre a Milano – ed era un artista che soprattutto quando doveva fare un paio di scarpe ad una bella signora ci metteva l’anima e durante le prove le accarezzava i piedi come un amante appassionato. Ma era un artista anche coi suoi bracchi tedeschi, prima la Blanka, poi prese l’affisso “del Granduca” e seguirono altre ottime femmine. Faceva sempre coppia con Adelio Ponce de Leon, detto Mitraglietta, a cui dei cani non importava un accidente e sul terreno faceva a gara a chi arrivava per primo sui beccaccini, lui o il bracco tedesco. Però, fino a pochi anni fa, Adelio sparava da professore con un automatico dalla canna strozzatissima con cui metteva giù le sgneppe anche quando gli altri non riuscivano più neppure a vederle.

Scorcio di risaia in Lomellina Aprile 2018

Alla ripresa delle prove cinofile dopo la guerra (cioè negli anni ’50), quelle a beccaccini erano un disastro: non c’era mai un cane in classifica, anche quelli che a caccia facevano cose egregie, in prove non combinavano un accidente. Il motivo era che a quei tempi, come per tutte le prove, i cani dovevano correre in coppia. È impensabile un cane – il cui lavoro è frutto della massima concentrazione, che amministra il suo percorso in base alle ispirazioni che gli provengono dal naso, un vero e proprio artista della cerca – che deve sopportare la presenza sul suo terreno di un intruso che gli ruba la strada per giungere prima di lui in quella zona da dove proviene il promettente tanfo di marcio, preludio dell’incontro col beccaccino. Ovviamente era un controsenso, ma anche allora – come oggi – c’erano i fanatici del turno in coppia che non volevano assolutamente rinunciare alla dimostrazione di quella coglionata del consenso ed a tutte le altre fandonie che con la caccia c’entrano come i cavoli a merenda. Giulio Colombo, per esempio, diceva che lui a beccaccini andava non con due, ma con tre setter …ed Ernesto Puttini gli faceva notare che il Pepin Rissi e gli altri facevano dei mazzi di beccaccini così, mentre lui – Giulio Colombo – tornava senza mai una sgneppa!. Evidentemente fra i cinofili il buon senso è sempre stato merce rara. Si andò avanti a discutere inutilmente per un sacco di tempo, finché negli anni ’60 Gastone Puttini e Pedretti riuscirono a convincere i dirigenti cinofili del momento a modificare il regolamento così che nelle prove a beccaccini tutti i cani, di tutte le razze, anche gli inglesi, corressero a singolo. E fu subito un’altra musica, le qualifiche arrivarono a consacrare i beccaccinisti in base ai loro indiscutibili meriti. A questo proposito mi viene naturale un’osservazione: la razza più dotata e certamente più utilizzata per questa caccia è il setter; ma anche i pointer erano molto apprezzati e basti pensare al pavese dottor Tonali ed al mitico Mola, quello che messo di fronte all’alternativa fra la moglie ed i suoi cani, non ebbe incertezze …e scelse i pointer. Malgrado ciò i cinofili cultori delle razze inglesi sono agli antipodi del cacciatore beccaccinista, protèsi come sono a coltivare qualità che con quella caccia hanno poco o nulla in comune. Ed è un vero peccato di cui per ora hanno fatto le spese soprattutto i pointer, pressoché scomparsi fra gli appassionati di questa magnifica caccia.

Un tempo solo all’idea che un cane da beccaccini facesse la cerca incrociata avrebbe provocato sonore risate, proprio perché il cane specialista deve avere il preciso sentore olfattivo di dov’è la zona ospitale per il selvatico che sta cercando e solo là è funzionale egli indirizzi la sua esplorazione. Coprire con cerca metodica tutto il terreno a disposizione è un’inutile perdita di tempo e la negazione della specializzazione. Il beccaccinista cioè deve far passare solo le “zone buone” ed ignorare le altre, perché così facendo – a parità di tempo – procura un numero molto maggiore di incontri e di ferme. Il fatto che occasionalmente qualche beccaccino possa frullare altrove, magari da una stoppia di granturco, è del tutto insignificante. Il trascuro di beccaccino in zona dove la sua presenza è fortuita non deve essere considerato errore, perché quel che conta è che il cane li fermi là dove è naturale che essi si trovino. Però ora le cose sono in parte cambiate, le marcite non ci son più (e comunque è proibito cacciarci) le risaie sono spianate come un biliardo col laser, il terreno è duro per consentire l’impiego di enormi mietitrebbia e le zone in cui c’è ristagno d’acqua son sempre più rare. In simili condizioni si è esasperato quello che un tempo già faceva Pepin Rissi, lui in bicicletta e gli odierni cacciatori di beccaccini in automobile per percorrere in una giornata di caccia centinaia di chilometri: una risaia qui, poi via come il vento per magari 50 chilometri fino al prossimo “riso buono” e così fino a sera. Però quando il cane scende dall’auto, si deve vedere la sua capacità di indirizzarsi dove c’è odor di marcio, cioè sulla pastura promettente. Quindi ci vuole sempre lo specialista, ci vuol sempre il “cane da sgneppe”. Oppure a volte ci si rassegna a far passare le enormi risaie del Novarese dove i beccaccini potrebbero essere ovunque, ed allora la cerca ordinata diventa una odiosa necessità che snatura la classica caccia a beccaccini che si praticava alle porte di Milano o in Lomellina. Ciononostante, le reminiscenze della cerca ispirata dall’odor di marcio si possono – e si devono – di quando in quando ammirare, a memoria di una caccia di artisti che il cosiddetto progresso vorrebbe ridurre a piatta routine. Quindi, signori giudici, se vi capita di vedere un cane che, invece di incrociare con lacet regolari, d’un tratto si inventa una deviazione per andare ad ispezionare una zona particolarmente umida, dove magari trova anche un prezioso beccaccino, non frenate il vostro entusiasmo, perché è quella una dimostrazione della genialità che ha sempre caratterizzato il vero beccaccinista. Ed a chi pretenderebbe che venisse penalizzato perché la sua cerca è stata irregolare, ebbene ditegli di lasciar perdere i beccaccini, perché non ha capito niente.

A difesa di questa cultura di caccia e di cinofilia venatoria, da molti anni è stata creata un’associazione: il Club del beccaccino. Non tutti i soci sono dei veri beccaccinisti ed io ne sono la riprova: si può essere iscritti come semplici simpatizzanti e sostenitori anche senza la pretesa di praticare quella disciplina elitaria. E va tutto bene finché coloro che non sono beccaccinisti attivi si limitano a produrre il loro sforzo in funzioni organizzative ed associative, senza far danni e senza la pretesa di pavoneggiarsi agli occhi del pubblico come presunti tecnici ed esperti. Lo scopo del Club è di produrre cultura, di salvaguardare la passione genuina e di qualificare i tecnici ai quali affidare la responsabilità di tramandare alle future generazioni una delle più sofisticate ed elitarie forme di caccia italiana. E credetemi, non è un obbiettivo di poco conto!

Tratto da www.continentalidaferma.it 

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2 Comments

  1. Miotti Matteo

    Grazie Roberto, ammiro la tua passione e tuoi sogetti e ancora piu che ti sei messo in discussione in un era cosi difficile fatta solo di giudizi, lasciando poco spazio alla sana competizione, spero un giorno troviamo un accordo per farmi avere un tuo soggetto. MIOTTI MATTEO(Rincorrere un sogno)

  2. Osvaldo Dal Cero

    Eccezionale…. Non ho parole!

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