Bravaccini addestra i cuccioloni su starne

La caccia alla starna è la caccia fondamentale per la formazione del cacciatore e del cane

Enrico Benedetti Roncalli

Ho esercitato la caccia alla starna con entusiasmo e passione frenetica. Ricordo con sorridente commozione i primi incontri e le primissime stagioni quando, alla ferma del cane, l’emozione mi sbiancava il volto, velandomi gli occhi e la tensione, in attesa del frullo sospirato e temuto, era cosi violenta da provocarmi una vera sofferenza, che si placava con un sospiro di sollievo, solo dopo le due innocue fucilare.

E pensare che erano starne buone e facili su cui io, che pur già mi difendevo bene coi beccaccini, collezionavo montagne di padelle. Erano i tempi in cui, mentre cercavo di placare i battiti del cuore alla ferma del cane, mi sorprendevo, più volte, in una ingenua preghiera, affinché mi fosse concesso di non sbagliare il colpo.

La stessa cosa, fra le risate, mi confessa accadergli a suo tempo, quel fortissimo cacciatore che risponde al nome di Ludovico Honorati e, penso, che tale ingenuità potremmo essere in molti a dovercela confessare. Oggi rimpiango quei tempi, non solo per l’abbondanza delle stame e la tecnica razionale con cui era possibile condurne la caccia, ma, soprattutto, io li rimpiango per quella fremente passione che oggi, purtroppo, si è trasformata in lucida e redditizia freddezza, priva o quasi di quel fermento divino, che mi rendeva le notti insonni e mi permetteva quelle incredibili padelle, che oggi nostalgicamente rimpiango. A questo punto, nel raccogliere queste note, che vorrebbero sostanzialmente essere dei consigli tecnici rivolti ai giovani, non nego che mi deprime un dubbio: potranno essi servire ai cacciatori d’oggi?

Non saranno forse ritenuti solo vuoto esibizionismo senza pratico riscontro?

Perché questo è il punto: la caccia alla starna, oggi, è radicalmente trasformata e quel che è peggio sta scomparendo. Noi usavamo, quasi sempre, cacciare le starne da soli, secondo una tecnica razionale, che si basava sulla profonda conoscenza delle abitudini della selvaggina. A seconda della stagione, del giorno, dell’ora, delle condizioni meteorologiche e di altri fattosi contingenti, le starne dovevano “necessariamente” trovarsi in quei determinati posti per cui, come solevo dire, si poteva e doveva cacciarle “per appuntamento”… Era meraviglioso, specie nei luoghi mai prima frequentati, ma in cui era certa la presenza delle starne, guidare i propri bravi cani secondo un piano logico, attuato con grande impegno e concentrazione, alla ricerca dei selvatici. E quando, finalmente, questa ricerca ragionata, fatta di conoscenze, di osservazioni e di intuizione, era coronata dalla ferma del cane, noi avevamo raggiunta la soddisfazione migliore che possa offrire la caccia, indipendentemente dall’esito delle fucilate che, naturalmente, era bene fossero precise, per non guastare, con una stridente stonatura finale, la bellezza complessiva del quadro. Solo cosi la caccia raggiungeva un altissimo valore e significato educativo e morale. — possibile oggi tutto questo? — Purtroppo, — mi rispondo da me — assolutamente no!

Oggi, per l’assurda inflazione dei cacciatori, i commensali sono paurosamente eccedenti le possibilità della mensa ed è la fame per tutti. E la fame, unica consigliera, fa scattare automaticamente la molla dell’egoismo, della prepotenza e della dimenticanza d’ogni norma civile, recedendo impossibile, per prima cosa, il raggiungimento d’un apprezzabile bagaglio pratico di cognizioni tecniche e, per seconda, quel livello morale al dì sotto del quale la caccia non è assolutamente più caccia.

Non è tanto la scarsità della selvaggina, che io oggi lamento, quanto la possibilità di poter cacciare con quella tecnica precisa, quella serena razionalità, che un tempo era la vera soddisfazione del vero cacciatore, assieme alla gioia di vivere nel distensivo ed esaltante contano con le più belle ed incontaminate espressioni della natura. Oggi all’apertura, quando ancora non è giorno, già le starne sono state aggredire da più parti e sbattute nei posti più impensati, è così impossibile attuare un piano logico di ricerca, ragion per cui si potrebbe tentarne uno basato “a rovescio” sulla illogicità. Gli squadroni di fucilieri, stavo per scrivere di guerriglieri, si susseguono, infatti, ovunque ad ondate successive, cacciando affiancati in un assurdo rastrellamento contro ogni norma, basando le possibilità di successo “sulla massa d’urto” e “sul volume di fuoco”. Così nel tempo massimo di due o tre giorni, della selvaggina, immessa, a volte anche in buon numero e con lodevole intenzione, per effetto di quella massa d’urto e di quel volume di fuoco non esisterà più nulla e regnerà il più desolante vuoto assoluto. — Può questa essere definita caccia?
Assolutamente no!

A questo punto si potrebbe credere che io abbia una astiosa acrimonia nei riguardi dei cacciatori d’oggi, ma anche a questo proposito rispondo subito ancora una vola: — Assolutamente no!

Questi giovani, singolarmente considerati, sono dei bravi ragazzi, con una grande passione, cosa che subito me li rende simpatici, ma che della caccia hanno un concetto molto confuso, in quanto che nessuno ha loro insegnato che cosa sia la caccia vera e come debba essere sentita ed attuata: in altri termini mancano di una scuola e di una selezione specifica. È colpa loro? — Assolutamente no!

Su tale argomento potrei dilungarmi per un giorno intero, tanto ho vissuto di persona origini, cause ed errori che hanno portato alla situazione attuale. Fondamentalmente fu un errore aver voluto considerare la caccia come uno sport di massa in funzione allegramente dopolavoristica, senza considerare che la caccia è caccia, solo se esiste un equilibrato rapporto tra cacciatore da un lato e selvaggina-ambiente dall’altro.6

Personalmente io mi opposi con tutte le mie forze, sin dal lontana 1947, nei Consigli e nelle Assemblee nazionali, alla minaccia, che io sentivo incombente sulla caccia sin da allora, per la dilagante inflazione dei cacciatori e cercai di mettere in guardia i responsabili, affinché la caccia non veniste avvilita ed umiliata sino alla prostituzione. Ma oggi, purtroppo, siamo giunti a quello che temevo, la caccia, quella vera, è definitivamente defunta! Ecco perché parlate di caccia alle starne, illustrandone i principi, gli accorgimenti tecnici e la sua bellezza come scuola di altissimi valori morali, mi sembra una inutile declamazione al deserto. Al più può avete la funzione di una documentazione storica di costume. Comunque proverò a riassumere quei suggerimenti e quella tecnica, che io appresi da grandi cacciatori e che l’esperienza mi confermò.

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La caccia alla starna richiede un grande impegno fisico da parte del cacciatore del cane e si basa sulla profonda conoscenza delle abitudini della selvaggina. È noto il vecchio detto sulla caccia alla starna, – gamba – cane e fucile! Ma penso che sia necessario aggiungervi: cervello! Chiunque è capace di uccidere qualche starna sgambando, specie all’inizio di stagione, a rimorchio di qualche guida del luogo. Io intendo, invece, parlare del cacciatore completo che, solo ed autonomo, è capace di ottenere una media di risultati costanti e notevoli rispetto alle possibilità locali, in tutto l’arco della stagione, anche in zone a lui sconosciute.

Alle eccellente costituzione fisica, alle sue doti di fondo, alla disponibilità di ottimi cani ed alla capacità di tiratore sicuro, questi deve aggiungere un corredo di doti morali quali tenacia, resistenza alle contrarietà e delusioni, grande concentrazione e spirito d’osservazione delle abitudini e del comportamento della selvaggina nelle varie circostanze di tempo e di luogo, che vanno dalle condizioni ambientali in cui opera, al momento stagionale e all’ora della giornata, dalle condizioni meteorologiche di quella giornata ai tanti infiniti piccoli indizi, spesso preziosi. Ma oltre a questo bagaglio di nozioni, quasi scientifiche, occorre la capacità di saper intuire ed attuare un piano razionale d’azione, che lo porti, con convinta fiducia, sulle orme della selvaggina, malgrado le sue astute difese. Ci sarebbe da scrivere un trattato sulla starna, le sue abitudini e la sua caccia, ma ciò esula dalla impostazione di queste note e, dando per scontate le cognizioni genetiche sulla starna, io intendo sottolineare qualche osservazione sulla sua caccia che, se inutile per gli esperti, potrebbe giovate ai giovani, ammesso che trovino un luogo, ove la vita della starna si svolga secondo le normali abitudini della specie.

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La vita della starna e la sua capacita di prosperare è in stretta relazione alla situazione agricola del luogo. La starna è infatti legata all’opera dell’agricoltore, con cui essa vive a contatto e quasi in simbiosi. Cosi è in pianura, in collina, cosi era nelle nostre montagne, ove le starne furono presenti in quantità ragguardevole, finché i monti, con arcaica fatica, furono coltivati dall’uomo.

Ben ce ne accorgiamo di questa interdipendenza simbiotica oggi, che la montagna non è più coltivata. Scomparsi dalla montagna l’uomo e le coltivazioni, specie quelle cerealicole, sono praticamente scomparse le starne dal nostro Appennino. Prima, viceversa, ovunque fosse uno sperduto campetto di grano, un modesto granturco od un’arida vigna, c’era regolarmente il branco di stante e quei campi, infatti, costituivano un punto, quasi infallibile, di rifermento per le ricerche. Ala stessa vicenda negativa che si è verificata anche per le quaglie negli altipiani e nelle alte valli montane marchigiane ed abruzzesi, un tempo rinomatissime per l’abbondanza di questo gallinaceo. Ma l’optimum ambientale per le starne si realizza nella media collina (purché non sia ancora sofisticata e snaturata dall’agricoltura con la distruzione dell’ambiente e l’irrorazione di veleni) in cui, ai frequenti coltivati a cereali, granturchi, vigne e prati, si alternino prati naturali ed incolti a gariga, ricchi di semi e di insetti, ginestreti, sporchi, macchie e boschetti, costoni e calanchi idonei alla difesa. È ben vero che io ho cacciato con ottimi risultati le starne, un tempo, sulle vere montagne ad alta quota, trovandole spesso commiste alle coturnici, ma è nella media collina che la caccia alla starne attinge la sua più completa tipicità e bellezza.

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La giornata della starna inizia sul far del giorno col canto di adunata. A tale proposito, i giovani, a suo tempo accadde anche a me, come sentono il canto, si gettano all’arrembaggio pieni di entusiasmo, ciò è un errore. Le stante nell’ora del canto mattutino e serale sono leggerissime, pronte a frullare a distanza, scarsamente visibili nella luce crepuscolare per cui, quasi sempre, si spreca, con un intervento prematuro, quello che, aspettando, poteva essere, poi, un favorevole incontro. Avendone quindi la possibilità, è bene attendere che le starne abbiano iniziato la pastura e, placato l’appetito, si siano anche nel frattempo tranquillizzate. Solo allora si potrà spararle sotto ferma del cane.

Ci si ricordi di due vecchi proverbi: “Starna che canta va via e se ne vanta!” e “Starna a digiuno non l’ammazza nessuno”’.

Ove sia possibile, è sempre bene impostare l’itinerario della caccia cercando di avere il vento a favore. Mi rendo conto che questo non sempre è cosa attuabile e so anche che i cani intelligenti ed esperti andranno essi stessi a prendere il vento, ma averlo a favore è sempre un grande vantaggio per i cani, che potranno evitare sfrulli dolorosi e concludere favorevolmente le loro magnifiche azioni. E col vento a favore i selvatici sentono meno anche i rumori prodotti dal vario incidere e da quello dei vostri cani. Comunque il silenzio è di rigore e per richiamare i cani, è bene usare, moderatamente, un fischio che, possibilmente, imiti il verso di un uccello. Tornando al tema, se proprio non è possibile impostare l’azione in modo da averne il vantaggio, è bene attuare tale accorgimento almeno in occasione di rimesse accertate. Parimenti, conoscendo l’ubicazione abituale di una brigata, o, in caso di rimessa accertata in montagna o in collina, mai avvicinare i selvatici provenendo dall’alto che, in questo caso, facilmente potrebbero frullate in anticipo allarmati, vedendovi da lontano e ritenendosi scoperti.

Avvicinando, viceversa, la brigata dal basso o al suo stesso livello, essa reggerà più facilmente ed anche il tiro ne sarà avvantaggiato.

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Un vecchio detto sancisce la starna dove è nata muore! E ciò è vero nel senso che essa, per quanto battuta, frullata, allontanata e apparentemente sbandata fuori zona, costantemente tornerà alla sua dimora abituale. All’inizio di stagione questo fasto sarà riscontrabile anche più volte nella giornata o addirittura, sempre che la situazione sia tranquilla, nella stessa mattinata. A stagione avanzata e con starne ormai smaliziate il fatto sarà meno evidente ed avverrà il giorno successivo ed anche più tardi.

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L’ora calda sul mezzogiorno, quella in cui la grande maggioranza dei cacciatori si ferma per ristorarsi al fresco, è spesso, per chi sia bene allenato ed abbia cani di grande resistenza, molto redditizia, essendo possibile effettuare incontri fruttuosi in quanto le starne, specie se brancate, proprio in questa ora reggeranno la ferma ad oltranza, offrendo anche un più facile tiro. Battendo con calma, in queste ore divenuta tranquilla per la rinuncia degli altri cacciatori, le possibili rimesse nelle macchie, nei ginestreti, nei granturchi, nelle vigne e nei pressi dell’acqua, ove le starne possono essersi rimesse o comunque ritirare al fresco, è possibile arricchire in poco tempo il proprio carniere.

Giancarlo Bravaccini conduce Help in addestramento su starne

Io ricordo molti episodi di starne sbrancate sul mezzogiorno, che “incocciavano” al punto da essere costretto, avendole viste a terra, a farle frullare col piede. Una volta, a Macereto, in allenamento prima dell’apertura in compagnia di Vincè Mancini, ribattendo sul mezzogiorno una brigata di stame sbrancate, alla ferma di Palla, una mia pointer bianco arancio, figlia della grande Miss, vidi la starna stretta a terra in una stoppia. Abbassandomi con graduale lentezza, con una veloce manata l’afferrai. Questa starna, catturata in territorio di Macerata, in omaggio a Ludovico Honorati, allora Presidente Provinciale della Sezione Cacciarmi di quella provincia, io la battezzai col suo nome e subito la liberai sul Cònero, ove ve ne erano alcuni branchi. Ma “Ludovico” visse sdegnoso e solitario, sinché, un giorno, frullatomi in picchiata da certe roccette del costone a mare, mi strappò una fucilata, che pose fine alla sua nostalgia.

C’è poi il problema delle rimesse, chiave di volta della caccia alla starne: è proprio la capacità a saperlo risolvere, che distingue il cacciatore di classe. Tentando di sintetizzare, dirò che, inseguendo una brigata di starne, di cui non si sia potuta accertare a vista la rimessa, gli elementi su cui basate la soluzione del problema sono:

1) direzione e lunghezza del volo prima dell’occultamento.
2) inclinazione delle ali al momento in cui le starne si occultarono alla vista.
3) probabile lunghezza del volo dopo l’occultamento in relazione alle condizioni ambientali ed allo stato d’allarme delle starne.

Pertanto è necessario osservate il tragitto e la direzione del volo della brigata sino al punto in cui esse è scomparsa alla vista. Portatici materialmente su questo luogo, è maternamente importante ricordate e tener presente l’inclinazione delle ali delle starne nel punto in cui si coprirono alla vista. Se l’ala a monte era evidentemente indicata verso il terreno e quindi più bassa dell’altra a valle, è certo che le starne si accingevano a curvare da quel lato, verso una rimessa a voi non visibile in quel momento. Se viceversa le ali, al momento del superammo dell’ostacolo occultatore, erano allo stesso livello orizzontale, è altrettanto certo che esse filavano dritte senza curvare. Una vola sul posto ove le starne scomparvero alla vista, considerata la direzione del volo sino a quel punto e l’inclinazione delle ali, osservate la configurazione del luogo che vi si presenta davanti e, tenendo anche presente lo stato d’allarme e la scaltrezza delle starne, potrete formulare alcune ipotesi circa la probabile rimessa del branco.

Si tenga anche presente che, alla fine del volo di rimessa lungo un costone montano, o collinare all’ultimo momento le starne, in fase di atterraggio, fanno sempre una breve curva a C, rialzandosi un po’ rispetto alla direzione del volo ed anche si tenga presente che il punto di atterraggio, quando il terreno sia movimentato da canaloni e pettate, avviene sempre sul rovescio del costone e mai sul versante a vista.

gCon il tempo e l’esperienza, vi prego di non ridere, dovrete assumere la mentalità e la psicologia delle starne e portarvi a ragionare nel loro semplice modo ed allora anche a voi avverrà, come mi è accaduto più volte di domandarvi: se fossi una stana come mi sarei comportato? La risposta, molto spesso, sarà esatta e vi darà grande soddisfazione. Se le starne sono leggere e non reggono e voi avete avuto fortuna di vederne la rimessa, o quanto meno di intuirla, è di estrema utilità aggirarne la posizione, in modo di affrontarle in senso opposto alla loto precedente direzione di fuga, è molto probabile che, cosi facendo, esse reggano.

Ricordo un episodio presso Chiaserna in cui, inseguendo un diabolico branco di stame leggerissime, alfine, con una notevole scarpinata attuai tale manovra. Ebbene Brezza e Drak, avendo anche il vento a favore, riuscirono a fermare le starne in uno stretto canalone, in cui le avevo viste rimettersi Il branco, sorpreso, esplose compatto ed i tre colpi dell’automatico, fu solo fortuna, mi dettero quattro belle starne, tra cui una albina, alle quali poi aggiunsi una quinta e due quaglie. Le starne spesso volano anche in salita, sino a superare il crinale. Anche in questo caso è estremamente importante osservare l’inclinazione delle ali rispetto al terreno all’atto del superamento dell’ostacolo: se le ali erano parallele al terreno, le starne saranno proseguite diritte, altrimenti avranno certamente curvato dal lato dell’ala più bassa. Anche in questa occasione è necessario portarsi sul punto in cui le starne sono scomparse alla vista e di li ipotizzare la probabile rimessa, a seconda della direzione intuita. In caso di incertezza bisogna ricorrere ad una cerca metodica, che esplori tutto il terreno con tenacia, dividendolo in settori.

Questo metodo, seppur faticoso, dà spesso ottimi risultati. La ricerca delle rimesse delle starne in pianura, per chi sia abituato alla collina e alla montagna, è all’inizio sconcertante, e a me determinò, le prime volte, qualche incertezza per la mancanza di quei riferimenti ai quali ero abituato. Ma in breve, fatta mente locale, sia con la ricerca metodica, che con l’intuito, riuscii a risolvete il nuovo problema, ma debbo confessare che in pianura la caccia alla starna, come mi è accaduto tante volte nella Vojvodina e in Macedonia, per me è monotona e non mi offre il fascino della caccia in montagna o in collina. E così rimpiango con infinita nostalgia le belle starne italiche, che si fondavano elettriche dai costoni delle nostre montagne. Preparazione fisica e morale accurata, osservazione e studio delle abitudini della selvaggina, attenzione ad ogni indizio, da uno spolverello a una penna, da una fatta a una impronta, tenacia e metodo, assieme alla conoscenza della psicologia e del modo di ragionate dei selvatici che state inseguendo, vi porteranno a divenire un starnista completo.