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Nuovo libro di Cesare Bonasegale

 Da www.continentalidaferma.it

La diversità fra “Collegamento” e capacità di non perdersi. Il sesto senso che permette ai cani di ricollegarsi ai luoghi ed alle persone amate. La teoria dei “campi morfici” di Rupert Sheldrake.

Noi cinofili siamo gente bizzarra. Pensate un po’ che qualche anno fa un tale era partito da Bergamo per venirmi a cercare all’estremo sud della Serbia dov’ero ad allenare i miei cani. Aveva un Setter che in campagna se ne andava per i fatti suoi e non si faceva più vedere per ore. Il pover uomo era disperato e si sgolava con urli e fischi del tutto inutili che anzi – tentai di spiegargli – sortivano l’effetto contrario perché consentivano al cane di sapere sempre dove si trovava il padrone, sollevandolo così dall’ansia di perderlo.

Provai a persuaderlo di smetter di fischiare ma il timore di smarrirlo era troppo forte, anche perché – mi confessò – se mai fosse tornato a casa senza il cane, la moglie non gli avrebbe più rivolto la parola per il resto dei suoi giorni. In effetti il Setter era totalmente scollegato, ma era pur sempre capace di ritrovarci; quindi il problema non era il cane, ma il padrone. Mi risulta sia finito a fare il cane da compagnia con autonomia massima pari alla lunghezza del guinzaglio estensibile che va di moda per portare i cani a passeggio. Ho ricordato questo episodio per introdurre l’argomento, ovvero la differenza fra la capacità del cane di non perdersi ed il collegamento. Cominciamo da quest’ultimo. Il collegamento è un comportamento richiesto al cane da ferma, in virtù del quale egli collabora col fucile per massimizzare il carniere. L’unico modo per insegnare ad un cane il collegamento è di portarlo a caccia sin dalla più giovane età e di sparare dritto, cosicchè dalla collaborazione col cacciatore gli provenga la soddisfazione di abboccare la selvaggina. Attenti però che “collegamento” ed “obbedienza” son due cose diverse. Il cane obbediente è quello che durante la cerca esegue prontamente gli ordini impartitigli. Per contro il comportamento del cane collegato è perfettamente autonomo: gira il lacet non perché il conduttore fischia, ma perché la natura del terreno glielo suggerisce; si allontana quanto è funzionale per procurare l’incontro e torna frequentemente, non per verificare dov’è il cacciatore (che è sempre in grado di localizzare anche senza vederlo) ma per farsi vedere. Ero ad una prova su starne in zona collinare: c’era una nebbia che non ci faceva vedere a cento metri, i concorrenti fischiavano per tener sotto controllo i cani ….. e le starne se ne andavano. Feci il turno in assoluto silenzio, lasciando che fosse la cagna a tornare per farsi vedere: quando non venne, andai io a cercarla e la trovai in ferma. In casi del genere l’obbedienza non serve, ci vuole il collegamento. L’obbedienza può essere ottenuta anche con metodi coercitivi, ma il collegamento si costruisce solo con la caccia. E veniamo al timore che il cane si perda. I casi di cani che percorrono enormi distanze per tornare a casa sono veri e ne ho avuto ripetute dimostrazioni personali. Identicho comportamento è (o era?) frequente nei cavalli: la mia Bebet da qualunque posto di Milano, a briglie sciolte sapeva tornare alla nostra scuderia di Porta Ticinese per la via più breve; sembrava avesse la cartina stradale stampata in testa. Alcuni cani hanno un “sesto senso” più spiccato di altri ed evidenziano capacità extrasensoriali in virtù delle quali riescono a ricongiungersi alla persona o all’ambiente a cui sono legati, percorrendo strade a loro del tutto sconosciute. Da ragazzo avevo una cagna che ogni giorno attraversava tutta Milano per venirmi a prendere all’uscita del liceo. A volte però bigiavo ed andavo al cinema in una di quelle infime sale con programmazione antimeridiana; ma quando uscivo dal Cinema Minerva, o dal Centrale o dal Rubino, la cagna era immancabilmente là ad attendermi perché sapeva sempre trovarmi, ovunque io fossi. E non crediate che la cosa sia poi così straordinaria, perché sino a qualche anno fa era normale che un maschio scappasse da casa per andare da una femmina in calore distante cinque o dieci chilometri e sicuramente non la sentiva a naso o con altri dei suoi cinque sensi , bensì in virtù di un sesto senso che ora sta diventando sempre più raro. Il meccanismo era lo stesso con cui la mia cagna sapeva trovarmi dovunque!. Del resto questi poteri extrasensoriali erano presenti anche nell’uomo fina a qualche secolo fa, cioè in tempi neppure tanto lontani. Nel 1769 il diario del Capitano James Cook ci informava che il grande navigatore, approdato per la prima volta a Tahiti, imbarcò dalla vicina isola di Raiatea il capo indigeno Tupaia che lo accompagnò a bordo della Endeavour in una lunga navigazione, facendo il periplo della Nuova Zelanda, costeggiando l’Australia, per approdare infine a Giava. Il famoso esploratore narra che malgrado la straordinaria complessità della rotta, in qualunque momento e senza altro ausilio che il suo istinto, Tupaia era sempre in grado di indicare l’esatta direzione di Tahiti, cioé casa sua. Una spiegazione di questi misteriosi fenomeni, fra i quali rientra anche il comportamento degli uccelli migratori, è data dalla teoria dei “campi morfici” formulata dall’inglese Rupert Sheldrake (*), secondo la quale è come se ci fosse un invisibile elastico che unisce l’individuo al suo ambiente o ad un’intensa fonte emozionale. Il sesto senso, di cui probabilmente un tempo tutti i cani erano dotati, è oggi caratteristica soggettiva, più o meno diffusa a seconda delle razze ed i cani in cui si manifesta maggiormente sono quelli da caccia, proprio perchè nella loro attività hanno ancora modo di esercitare questa loro prerogativa. Personalmente pongo molta attenzione all’argomento, lasciando liberi in aperta campagna di notte i miei cani ancora cuccioloni, così da sviluppare la loro capacità di ritrovare la strada per tornare a casa. Sono anche convinto che nelle razze da caccia i soggetti che tendono a perdersi non dovrebbero essere adibiti alla riproduzione. Nelle razze non da caccia, invece, queste capacità del cane sono purtroppo quasi scomparse, distrutte da proprietari che si disperano ogniqualvolta il loro beniamino si allontana più di 50 metri. Come dire che Lassie non torna più a casa!. Mi pare però legittimo ipotizzare che la manifestazione del sesto senso sia anche in funzione dell’intensità d’emozioni che ciascun padrone suscita nel suo cane. Si spiegherebbe così perché alcuni di noi hanno avuto dimostrazioni di capacità extrasensoriali e telepatiche da diversi loro cani ed altri cinofili invece non hanno mai sperimentato alcunché del genere. C’è chi ha maggior facilità di comunicazione coi cani ed un particolare ascendente su di loro; sta di fatto che con questi cinofili i cani non si perdono quasi mai, mentre con altri non si stabilisce quel magico legame che guida il senso d’orientamento del cane. Anni fa un amico, ammalatosi gravemente, mi chiese di portargli a caccia il suo bracco tedesco, cosa che feci puntualmente un giorno alla settimana per un’intera stagione. Era un cane pieno di passione, con molta iniziativa e scarso collegamento; però non lo persi mai ed anzi, dopo un paio di mesi, il collegamento migliorò sensibilmente. Poi lo stato di salute del mio amico precipitò ed in pochi mesi ci fu il triste epilogo. La vedova cedette il bracco ad un industriale di un’altra città che tenne amorevolmente con se il cane per tutta l’estate; ciò malgrado nei primi mesi di caccia il cane si perse tre volte e fu ritrovato grazie alle indicazioni incise sul collare; a fine stagione si perse ancora, tornando però alla casa del padrone morto, dopo aver percorso più di cento chilometri. Altre manifestazioni delle capacità extrasensoriali del cane – magari meno spettacolari ma più facilmente verificabili – sono invece riconducibili alla capacità del cane di vedere il campo magnetico che ci circonda, cioè l’aura, e le sue variazioni luminose a seconda dei nostri stati d’animo. Quando al mattino esco in cortile, i miei cani sono pieni d’allegria o depressi a seconda di come io mi sento!. Provate anche voi e vedrete che, senza aprir bocca, il vostro cane capisce immediatamente il vostro umore e si comporta di conseguenza. Se un mio cane ha lavorato bene, non ho bisogno di dirgli “bravo”, ma mi basta pensarlo e lui mi dimostrerà d’aver ricevuto il messaggio con un eloquentissimo dimenio di coda. É perché legge il mio pensiero oppure vede le pulsioni luminose della mia aura che gli comunicano il mio compiacimento?. In questa astrusa ridda di ipotesi, fra campi morfici e telepatia, sesto senso, aura e lettura del pensiero, preferisco prendere a prestito la poetica concezione di Ugo Foscolo e chiamare “comunicazione d’amorosi sensi” il misterioso vincolo che lega cane e padrone!

(*) Rupert Sheldrake, professore a Cambridge, è l’autore de “I poteri straordinari degli animali”, Edizione Mondadori (titolo originale “Dogs That Know When Their Owners Are Coming Home”) in cui espone la sua teoria sui Campi Morfici. Da notare che il titolo originale inglese “Cani che sanno quando il loro padrone sta tornando a casa” è forse meno lapidario, ma molto più suggestivo dei fenomeni trattati dall’autore. E son fatti reali che io stesso ho ampiamente sperimentato, così come ho scritto nel mio libro “Bravo bracco” molto prima di aver letto Rupert Sheldrake!.